La vita non è un giudizio scolastico

 


A scuola c’è sempre il rischio che qualche alunno e qualche adulto confondano il giudizio scolastico che ricevono in pagella con un giudizio generale sulla loro vita. È una grossa confusione che può far soffrire molto, ma che è soprattutto deleteria per la crescita di una persona. Il 4 o il 5 sono giudizi su non-abilità specifiche, non una bocciatura nella vita. Su questo oggi c’è un po’ di confusione: la società cosiddetta adulta, quella che insegue le cose, prigioniera del tempo che manca, che sembra non consentire la paura, la riflessione, il fermarsi a parlare, non ha tempo di fare questa distinzione e spesso condanna i più fragili a non reagire e a rassegnarsi nel ruolo dei perdenti.

In ogni adolescente (come in ogni persona, anche se in modo meno distinto) ci sono due identità, che sono come due pelli sovrapposte: una, la più profonda, quella che il giovane sente come più immediata e vera, è quella personale: i propri desideri, il gruppo, i rapporti con i coetanei... L’altra è quella di ruolo: quella sociale, dello studente o del lavoratore. Ed è quasi sempre solo questa seconda che viene riconosciuta da società, famiglia e scuola. Quando le due identità entrano in conflitto, quando la seconda si lacera, viene bocciata o “respinta”, la prima può non farcela a reggere il giudizio, il senso del fallimento che, a quel punto, diventa generale, diventa un non sentirsi all’altezza delle aspettative, di pressioni, di investimenti che altri hanno fatto su di te; allora si può scegliere di fuggire, di chiamarsi fuori.

La scuola, la famiglia, la società non possono e non devono chiedere ai giovani solo di aver successo, di essere promossi, di essere forti. Devono comunicare con la prima pelle, non solo con la seconda, di questi ragazzi. Non devono neppure dare risposte, quanto aiutare i giovani a trovarle: e le domande forti, vitali, che un adolescente si pone sono innanzitutto quelle su se stesso, sulla relazione con gli altri, con i compagni, con l’altro sesso, con il bisogno di infinito e di assoluto. E quando a queste domande non c’è risposta la pelle si lacera, l’identità si frantuma, lo specchio si rompe. Più che parole a questo punto servono significati che diano una direzione e una voglia di futuro.

 don Luigi Ciotti, Gruppo Abele, Torino