Il Gesù di Pasolini: il Vangelo secondo Matteo

 


Il Vangelo secondo Matteo viene presentato per la prima volta il 4 settembre 1964 alla XXV Mostra del cinema di Venezia, vincendo il premio Speciale della giuria, il premio dellʼUnione Internazionale della Critica e, il 20 settembre ad Assisi presso la Pro Civitate Christiana, il Gran Premio dellʼOrganizzazione Cattolica Internazionale del Cinema (dʼora in poi OCIC)[1], con la seguente motivazione:

«[Pasolini] ha trovato una chiave per illustrare il Vangelo e restituirci la sua realtà senza caricarla con ricostruzioni storiche. Per la prima volta un autore ha optato per una ragguardevole fedeltà al testo sacro. Le immagini spesso realistiche contribuiscono a prolungare il messaggio fino ai nostri giorni»[2].

 

Tali riconoscimenti scatenano feroci polemiche sia allʼinterno dei militanti comunisti che nel mondo cattolico. Lʼaccusa dei primi è legata a questioni puramente ideologiche: il dialogo avviato da Pasolini con i cattolici non è ben visto, soprattutto in un momento politico in cui la verve antidemocristiana da parte della Sinistra italiana, dopo le elezioni politiche dellʼaprile 1963, è molto accesa; lo si evince dalla fredda accoglienza riservata sulla rivista Mondo Nuovo con cui collabora lo stesso Pasolini:

«Pasolini è forse un egregio scrittore, un regista interessante anche se discutibile, ma è sempre stato un cattolico, sia pure aperto e democratico: per cui filmando il “Vangelo” non ha fatto altro che dialogare con se stesso. [...] Tra Vangelo e comunismo continuerà a esserci questa fondamentale differenza: che i credenti del primo, se schiaffeggiati, porgono lʼaltra guancia, mentre i seguaci del secondo fanno la rivoluzione. Pasolini a parte»[3]. 

Le critiche mossegli invece dal mondo della cultura cattolica, scandalizzato dal fatto che la pellicola sia stata realizzata da un regista dichiaratamente ateo, omosessuale e comunista, rimproverano soprattutto a Pasolini di essersi identificato con Cristo attraverso lʼespediente della madre Susanna nei panni di Maria ai piedi della croce: una presenza che alluderebbe al fatto che il Cristo del suo Vangelo non è altro che la personificazione dellʼintellettuale marxista perseguitato, ovvero lo stesso Pasolini.

I continui attacchi che gli vengono mossi lo inducono a chiarire la propria posizione, giustificando la scelta sofferta e ragionata di realizzare un film su Cristo solo ed esclusivamente perché libero da ogni condizionamento da parte della religione istituzionale, come si evince dalle seguenti parole:  

«non sono cattolico, anzi sono certamente uno degli uomini meno cattolici che operino oggi nella cultura italiana. [...] Forse appunto perché sono così poco cattolico, che ho potuto amare il Vangelo e farne un film: non ho dentro di me le resistenze interne contro la religione che inibiscono un marxista che sia stato veramente un borghese cattolico. [...] Io ho potuto fare il Vangelo così come lʼho fatto perché non sono cattolico, nel senso restrittivo e condizionante della parola: non ho cioè verso il Vangelo né le inibizioni di un cattolico praticante (inibizioni come scrupolo, come terrore della mancanza di rispetto), né le inibizioni di un cattolico inconscio (che teme il cattolicesimo [...] come una ricaduta nella condizione conformistica e borghese da lui superata attraverso il marxismo)»[4].

 



La nascita dellʼidea di un film sui Vangeli

 Lʼidea di realizzare il film si fa strada in maniera progressiva nella mente del regista friulano durante i continui soggiorni presso lʼassociazione laicale Pro Civitate Christiana di Assisi, fondata nel 1939 da don Giovanni Rossi, la cui frequentazione a partire dal febbraio del 1962 funge da stimolo per un crescente dialogo con il cristianesimo[5]: un confronto che risente soprattutto del cosiddetto “dialogo alla prova” tra marxisti e cattolici promosso proprio in quegli anni in Italia da Lucio Lombardo Radice, con il quale Pasolini trattiene un interessante scambio epistolare. Cʼè comunque da considerare che tale dialogo è favorito anche dalle posizioni meno intransigenti di Giovanni XXIII che, salito al soglio pontificio nel 1958, ha dimostrato una maggiore apertura nei confronti del comunismo rispetto ai predecessori, al punto tale da spingere Pasolini a dedicargli Il Vangelo secondo Matteo[6].

Tuttavia gli inizi di questo rapporto di collaborazione tra lʼartista di Casarsa e la cultura cattolica sono tuttʼaltro che sereni, come si desume dalle parole rivolte ad un lettore sulla rivista comunista Vie Nuove nel luglio del 1926: «fra noi non cʼè possibilità di dialogo. Parliamo due lingue diverse»[7]. Solo in un secondo momento Pasolini mostra una timida apertura al punto da affermare che

«nulla di ciò che è stato esperimentato storicamente dallʼuomo può andare perduto: [...] quindi non possono essere andate perdute neanche le parole di Cristo. Esse sono in noi, nostra storia. E io sono ancora (e ancora ingenuamente) convinto che per un borghese una buona lettura del Vangelo è sempre un fertilizzante per una buona prassi marxista»[8].

 

Il pretesto che spinge il regista a mettere mano alle riprese del Vangelo è fornito proprio dal pellegrinaggio di Giovanni XXIII il 4 ottobre del 1962 ad Assisi sui luoghi di San Francesco, ad una settimana esatta dallʼapertura del Concilio Vaticano II. In quei giorni Pasolini è ospite presso la Pro Civitate Christiana per discutere di un eventuale progetto sulla vita di Cristo con don Giovanni Rossi e, costretto a rimanere in camera per evitare il bagno di folla per la visita del Papa, si imbatte nella lettura del Vangelo di Matteo che si trova in un cassetto della stanza dʼalbergo presso cui alloggia. Ed è attraverso questa lettura che matura in lui la scelta concreta di realizzare un film sui Vangeli, al punto tale da rientrare a Roma per lavorare contemporaneamente alle riprese de La ricotta e alla stesura della sceneggiatura del suo Vangelo[9].

Ultimate le riprese de La ricotta, Pasolini si mette alla ricerca di luoghi naturali che siano appropriati per lʼambientazione del film: lʼintento del regista, che non ha mai rinunciato al gusto estetico della pittura, è quello di adattare la realtà del racconto ad un contesto scenico che possa fornire lʼessenziale, evitando i dettagli minuziosi che spesso vengono riprodotti nei teatri di posa, in cui si rifiuta categoricamente di girare.

Contemporaneamente alla stesura della sceneggiatura nel giugno del 1963, si reca in Israele e in Giordania su invito del produttore Alfredo Bini con lʼintento di raccogliere il materiale che possa documentare il suo progetto cinematografico. Giunto in Terra Santa insieme al biblista Andrea Carraro della Pro Civitate Christiana, Pasolini si rende subito conto che il paesaggio corrisponde perfettamente a molti scenari incontrati precedentemente nellʼItalia meridionale[10]. Il sopralluogo si rivela come un itinerario di scoperta di luoghi e persone che man mano confermano lʼidea che già da tempo sembra essersi radicata nella sua mente: ancor prima di partire Pasolini è infatti consapevole che le riprese non verranno mai realizzate nei luoghi dove si sono svolti gli eventi evangelici a causa della profonda trasformazione subita dal paesaggio palestinese nel corso dei secoli[11]. Probabilmente la ragione più profonda del viaggio è quella di scegliere le località del Mezzogiorno italiano che meglio corrispondono agli scenari originali, come traspare da uno dei dialoghi tra Pasolini e lo stesso accompagnatore Carraro:

«quello che più mi intriga è appunto questo paesaggio, questa scelta che Cristo ha fatto di un luogo così terribilmente arido e così terribilmente disadorno, così terribilmente privo di qualsiasi amenità. Quattro clivi spelacchiati, il fondo di un lago tenebrosamente caldo, e nientʼaltro. Tutto questo io posso ricostruirlo altrove, evidentemente»[12].

 

Con le immagini girate grazie allʼaiuto di una troupe al seguito e montate in sequenza senza particolari tagli, viene realizzato un documentario dal titolo Sopralluoghi in Palestina, filmato di 50 minuti circa con il commento dell'autore registrato in presa diretta in sala di montaggio. Anche se la pellicola rimane fuori dai circuiti cinematografici

«nella sua incompiutezza formale, [...], da semplice abbozzo, diviene in qualche modo, in perfetta continuità con la prima fase del suo cinema “gramsciano”, un inno alla purezza delle “solite facce, tetre, belle, dolci, dolcezza animalesca precristiana” dei poveri arabi: volti comuni, nella loro espressione spaurita e perennemente allegra, al sottoproletariato di tutto il mondo»[13].

 

Da un confronto con i paesaggi osservati Pasolini individua, quindi, nei panorami di molte località italiane lʼambientazione ideale del suo Vangelo: tra i principali cʼè sicuramente il paesaggio rupestre di Matera, cittadina che meglio di altre si presta a raffigurare la Gerusalemme del I secolo; il regista decide di sfruttare anche altre location altrettanto suggestive, come lʼinterno del Castello di Lagopesole in Basilicata per il processo nel Sinedrio, la Valle dellʼEtna per le tentazioni nel deserto, la corte di Castel del Monte di Andria per la cacciata dei mercanti dal Tempio, Santeramo in Colle per lʼAnnunciazione e il “discorso della Montagna” e gli scorci di Ginosa, Massafra, Manduria, Gioia del Colle per  altri episodi evangelici[14].

Archiviata lʼesperienza del sopralluogo palestinese, Pasolini può finalmente mettere mano alla complessa scrittura scenica e dialogica del Vangelo, cercando attenersi fedelmente al testo dellʼevangelista Matteo secondo una decisa volontà programmatica, a differenza di quanto avviene normalmente nelle varie riproduzioni cinematografiche di opere letterarie.[15] Per il regista di Casarsa il film non deve essere una semplice traduzione in immagini, ma deve riuscire a trasmettere tutta la poesia presente nel testo:

«la mia idea è questa: seguire punto per punto il Vangelo secondo Matteo, senza farne una sceneggiatura o riduzione. Tradurlo fedelmente in immagini, seguendone senza una omissione o un’aggiunta il racconto. Anche i dialoghi dovrebbero essere rigorosamente quelli di San Matteo, senza nemmeno una frase di spiegazione o di raccordo: perché nessuna immagine o nessuna parola inserita potrà mai essere all’altezza poetica del testo. È quest’altezza poetica che così ansiosamente mi ispira. Ed è un’opera di poesia che io voglio fare. Non un’opera religiosa nel senso corrente del termine, né un’opera in qualche modo ideologica. In parole molto semplici e povere: io non credo che Cristo sia Figlio di Dio, perché non sono credente, almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino: credo cioè che in Lui l’umanità sia così alta, rigorosa, ideale da andare al di là dei comuni termini dell’umanità. Per questo dico “poesia”: strumento irrazionale per esprimere questo mio sentimento irrazionale per Cristo»[16].

 

Eppure, nonostante il desiderio espresso, i dialoghi vengono inevitabilmente alterati (seppur in minima parte) perché il passaggio dal testo al fotogramma comporta una perdita cospicua di riferimenti verbali che comporta un adeguamento necessario. Per questo motivo nello svolgimento narrativo dellʼopera si rileva lʼinversione dellʼordine originale matteano di alcuni episodi e, talvolta, lʼaggiunta di particolari non previsti[17]. È il caso, ad esempio, della sequenza della crocifissione in cui compare la madre di Gesù che non viene menzionata nel Vangelo di Matteo: «cʼerano anche là molte donne che stavano ad osservare da lontano [...]. Tra costoro Maria di Màgdala, Maria madre di Giacobbe e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo» (Mt 27,61). Probabilmente Pasolini viene meno alla fedeltà del testo perché ritiene importante evidenziare la questione della morte attraverso la gestualità tipica del cordoglio antico messa in atto dalla figura di Maria ai piedi della croce: «il volto della Madre anziana è [di fatto] quello di una contadina rugosa del Mezzogiorno, capace di gridare mute esplosioni di dolore: vi si risente lʼeco delle processioni del Venerdì santo nel Sud Italia o in Spagna»[18] (fig. 7). 

Altre aggiunte significative rispetto al testo originario, oltre al dolore di Maria, sono i drammi di Pietro, Giuda e Andrea durante la passione di Gesù. Nellʼoriginale di Matteo, infatti, se la mortificazione di Pietro e Giuda è appena accennata, il disagio di Andrea è totalmente assente. La scelta di dare risalto a questi  personaggi, dando loro unʼevidenza narrativa di rilievo parallela alla tragedia vissuta da Cristo, mostra lʼinsistenza di Pasolini nel voler concentrare lʼattenzione sul lato puramente umano dellʼintera vicenda[19]. Nella scena della morte di Giuda, ad esempio, tra le più suggestive del film per impatto visivo, i movimenti della macchina da presa «che attraversano lʼintera sequenza forniscono alla rappresentazione della morte di Giuda un partecipato senso di pietà»[20] significativamente marcato dallo stacco netto sul volto addolorato di Maria ai piedi della croce. Lʼattenzione del regista friulano, quindi, non è rivolta a mostrare la ricostruzione storica degli eventi, piuttosto egli si preoccupa di enfatizzare gli effetti che essi hanno sul destino dei vari personaggi da cui non riescono a sottrarsi a causa della loro debolezza.

Pasolini non vuole presentare una ricostruzione storica della vita di Cristo, ma lʼinterpretazione che ne ha dato lʼevangelista Matteo attraverso lʼuso del metodo “analogico”, così come spiegato dallo stesso autore:

«una fedeltà alla storia in quanto storia non cʼè indubbiamente, perché la storia è tutta mitizzata. Io ho preso la visione storica esattamente come la vedeva Matteo, il quale non aveva una visione storicista, e nemmeno storica, ma solo mitica. Io ho cercato di riprodurre questo. Il mio interesse principale, il mio obiettivo non era la storia, ma i mito. In secondo luogo non cʼè stata nessuna ricostruzione storica neanche nellʼambito del mito perché non ho ricostruito niente [...] ma il film è costruito tutto in una specie di serie di ricostruzioni per analogie. Cioè ho sostituito il paesaggio con un paesaggio analogo, le regge dei potenti con regge e ambienti analoghi, le facce del tempo con delle facce analoghe; insomma è presieduto alla mia operazione questo tema dellʼanalogia che sostituisce la ricostruzione»[21].

 

Il tentativo di Pasolini viene ben compreso da Andrés Ruszowsky, presidente della giuria del premio OCIC che, intervenendo a difesa delle tante polemiche suscitate dal film, sottolinea il malinteso generale nei confronti dellʼopera:

«cʼè chi considera questo film non come prodotto contemporaneo, raffrontandolo ad altri film che raggiungono gli schermi, ma come una versione filmata del Vangelo di San Matteo, che va confrontata alle versioni stampate e dottamente commentate, o a rappresentazioni ideali che ognuno si è formato nella propria immaginazione. [...] Nessun film precedente ha saputo offrirsi una versione del Vangelo altrettanto esente da sentimentalismi e da concessioni convenzionali»[22].  

 

Anlisi del film: stile e considerazioni cristologiche

Il film, della durata di 128ʼ, è strutturato secondo tre sezioni narrative fondamentali:

- il Vangelo dellʼinfanzia, dallʼannuncio dellʼangelo a Maria al ritorno a Nazareth dopo la morte di Erode;

- la vita pubblica: dal battesimo di Giovanni nel Giordano allʼarresto nel Getsemani;

- la passione, la morte e la resurrezione.

Queste tre sezioni vengono sviluppate in 81 sequenze per un totale di 1129 inquadrature totali staccate genericamente da “dissolvenze a nero” o “incrociate” [23]. Rispetto ai film precedenti, Pasolini dimostra di avere una maggiore dimestichezza con la macchina da presa, al punto che la modalità utilizzata per le riprese diviene indicativa di una nuova tecnica cinematografica: Cristo è quasi sempre seguito dalle inquadrature con camera a spalla in modo tale da rievocare la visuale degli stessi apostoli, secondo lo stile delle “soggettive libere indirette”[24]. È un modalità di fare cinema «che ha acquisito il gusto di “far sentire la cinepresa”»[25], grazie soprattutto allʼutilizzo dello zoom che gli «permette di passare (senza soluzione di continuità) dall’inquadratura di un dettaglio o di un primo piano fino a un totale o a un campo lungo»[26].

Per quanto riguarda i racconti dellʼinfanzia, corrispondenti ai primi due capitoli del Vangelo di Matteo, Pasolini si attiene scrupolosamente al testo senza operare alcuna modifica: «i tagli che infuriano nella seconda parte qui non hanno motivo di esistere perché Gesù, bambino, non ha ancora aperto bocca»[27]. Tuttavia la piena corrispondenza con testo matteano procede ininterrotta fino alla scena relativa allʼincontro e alla chiamata dei primi apostoli (Mt 4,18-22), a partire dalla quale lʼordine degli eventi subisce unʼalterazione: la predicazione dei discepoli viene anticipata mentre il discorso della Montagna condensa vari brani del Vangelo. I numerosi tagli operati da Pasolini nella seconda parte riducono di molto la presenza dei miracoli e del discorso in parabole (Mt 13), eliminando completamente lʼintero discorso escatologico (Mt 24-25): non è da escludere che queste revisioni siano dettate dalla volontà di rendere più scorrevole questa fase del film perché se la prima parte è contraddistinta dal silenzio, «questa seconda è [invece] caratterizzata dalla presenza preponderante della parola»[28].

Lo stile scelto da Pasolini per la narrazione si distingue per aver inserito numerose pause statiche nel film che interrompono il modo di procedere del testo originale che, invece, risulta scandito da una serie di eventi raccontati uno di seguito allʼaltro: evitando di seguire

«le “accelerazioni stilistiche” di Matteo alla lettera, la funzionalità barbarico-pratica del suo racconto, l’abolizione dei tempi cronologici, i salti ellittici della storia con dentro le “sproporzioni” delle stasi didascaliche (lo stupendo interminabile discorso della montagna), la figura di Cristo dovrebbe avere, alla fine, la stessa violenza di una resistenza: qualcosa che contraddica radicalmente la vita come si sta configurando all’uomo moderno, la sua grigia orgia di cinismo, ironia, brutalità pratica, compromesso, conformismo, glorificazione della propria identità nei connotati della massa, odio per ogni diversità, rancore teologico senza religione».[29]

La “violenza di una resistenza” è ricercata anche mediante lʼuso dei primi piani dei volti umili e semplici di attori non professionisti a cui si uniscono ampie panoramiche che danno risalto alla terra dura e amara del Sud Italia, riuscendo in questo modo ad evidenziare un Cristo che si pone come “contraddizione dell'uomo moderno” secondo lʼidea politica, storica ed artistica che anima Pasolini[30].

Ed è proprio la ricerca del volto a costituire uno degli aspetti stilistici più originali de Il Vangelo secondo Matteo, operata soprattutto mediante lʼuso del piano ravvicinato che prevale in più della metà delle inquadrature totali. Pasolini, infatti, sceglie di risolvere alcune sequenze del film attraverso lʼimpiego esclusivo dei primi piani dei personaggi, come nel caso del discorso delle beatitudini dominato dal piano ristretto sul volto di Gesù alternato a paesaggi desertici e montuosi che fanno da cornice allʼepisodio: un espediente che libera il Cristo-Parola[31]da ogni riferimento storico e geografico e lo rende universale nel tempo e nello spazio, suscitando nello spettatore un “affetto puro”, come afferma il filosofo francese Gilles Deleuze (1925-1995):

«il primo piano conserva sempre lo stesso potere, quello di strappare le immagini alle coordinate spazio-temporali per far sorgere l'affetto puro in quanto espresso. [...] e l'affetto è come l'espresso dello stato di cose, ma tale espresso non rinvia allo stato di cose, rinvia solo ai volti che lo esprimono e, componendosi e separandosi, gli danno una materia propria movente»[32].

 

Durante la fase preparatoria che precede le riprese Pasolini si occupa personalmente di ricercare gli interpreti adatti in modo tale da aderire con realismo alla narrazione evangelica, trovando nella maggior parte dei casi in amici e parenti i volti ideali, come nel caso già citato della madre Susanna nei panni di Maria, del letterato Enzo Siciliano nella parte di Simone e della scrittrice Natalia Ginzburg nelle vesti di Maria di Betania[33]. I ruoli vengono quindi assegnati ad attori non professionisti, soprattutto agli abitanti dei luoghi in cui si girano le riprese, che garantiscono una maggiore spontaneità rispetto al recitativo accademico degli attori professionista.[34] Tale ricerca, compiuta grazie alla consulenza biblica di Carraro sulle singole caratteristiche psicologiche di ogni personaggio biblico, si presenta molto complicata per la scelta del volto di Gesù: se in un primo momento egli pensa di impiegare un ebreo polacco biondo con gli occhi azzurri, successivamente ritiene forse più opportuno affidare il ruolo al poeta marxista Evgenij Evušenko, ma le difficoltà incontrate inducono Pasolini a rinunciarvi[35]. Sebbene la stampa italiana vociferi addirittura il nome del sindaco democristiano di Firenze Giorgio La Pira tra i nomi degli interpreti papabili[36], Pasolini trova finalmente il volto del suo Cristo nelle fattezze mediterranee di Enrique Irazoqui, uno sconosciuto studente catalano giunto a Roma per intervistare il regista per uno studio universitario sul romanzo Ragazzi di vita[37].

La scelta del volto di Irazoqui segna una rottura con lʼiconografia cristologica tradizionale: se lo si confronta con altre precedenti immagini cinematografiche esso risulta certamente più severo, più cupo e più serio, in netto contrasto con il Gesù-divo hollywoodiano biondo e barbuto (fig. 8).

«Non cʼè dubbio che il regista abbia guardato al Cristo bizantino, “sindonico” dalla fisionomia allungata e ascetica, passata in Europa a creare il “tipo” Gesù, come nel Cristo masaccesco ‒ ma qualcuno pensa che sia di Masolino ‒ del Tributo ai Carmini di Firenze e poi fissata in età controriformistica, ad esempio nei “ritratti” di Cristo così mirabili del Greco. Lo studente spagnolo Irazoqui [...] sembra in effetti uscito da una tela del pittore di Toledo. Su questo volto Pasolini indugia sovente, immobilizzandolo come una icona frontale [...]. Il Cristo “parla” dal fotogramma e dalla tela con la medesima intensità, forse appunto come il regista desiderava»[38].

 

Il volto di Gesù individuato da Pasolini nei lineamenti di Irazoqui non possiede nulla che ne tradisca la divinità, anzi, mostra spesso un atteggiamento aggressivo messo in evidenza dalla voce ferma e tagliente che in fase di montaggio viene affidata al «doppiaggio accademico e urlante di Enrico Maria Salerno»[39]. Pasolini recupera lʼautenticità dellʼumanità di Cristo portando in scena un Gesù “ispido e mal rasato” (come dirà Buñuel qualche anno dopo)[40], «un uomo ‒ lʼUomo ‒ dalla fisicità evidente, pur se delicatamente accennata, e dallʼenorme fuoco mistico e vitale che da lui si sprigiona in unʼumanità “atemporale”»[41] espressa, tra lʼaltro, dagli altri interpreti non professionisti che compaiono nel film: per questo motivo lʼopera pasoliniana

 «si ripropone come una Biblia pauperum al pari degli affreschi medievali dove il racconto scorre, attualizzato ma anche eterno, intorno ad un Cristo dominatore della scena, con la sua parola, certo, ma prima di tutto con il suo corpo. Un Corpo che [...] è misuratore e centro dello spazio. Ed è forse questo il motivo per cui il regista mostra di prediligere fra le diverse espressioni dʼarte quelle della scuola toscana [...] con il loro sentimento accentuato dellʼUomo, così pregnante nel Cristo di Matteo»[42].

 

Alla luce di queste considerazioni risultano quindi emblematici i numerosi richiami pittorici allʼinterno del film. Seguendo un ipotetico percorso storico-artistico si rilevano in primis molte citazioni giottesche tra le quali il Sogno di Gioacchino, nellʼepisodio dellʼangelo che appare in sogno a Giuseppe addormentato sulla nuda roccia, e lʼIngresso a Gerusalemme, nella scena dei mantelli gettati dal popolo davanti al Cristo che entra trionfante nella Città Santa: si tratta di affreschi, tuttora conservati presso la Cappella degli Scrovegni di Padova, che sottolineano anche la plasticità corporea dei tanti personaggi raffigurati che Pasolini cerca di accentuare attraverso le riprese[43]. Il passaggio da Giotto a Piero della Francesca è sottolineato dal riferimento al Battesimo di Cristo, nellʼepisodio omonimo, e dagli affreschi delle Storie della Vera Croce, da cui Pasolini riprende le forme degli abiti, degli elmetti dei soldati e i copricapi dei nobili presenti nelle scene della Via Crucis[44]; tuttavia

«la passione pasoliniana per lʼarte rinascimentale del ʻ400 non si limita a Piero, ma coinvolge Masaccio, Fra Angelico, Antonello, Botticelli, Mantegna, Paolo Uccello. Gli ampi spazi luminosi masaccesco-pierfrancescani scandiscono alcune scene dʼavvio, come Erode che consulta i Magi o lʼAdorazione dei Magi, citazione della tavola di Masaccio a Berlino, ma ancor più le scene della Passione: esse si svolgono, contrariamente ad ogni tradizione rappresentativa, allʼaperto, in una dimensione quasi astratta, rapida, con “quadri brevi”»[45].

 

Alla pari di Cristo, anche la figura di Maria risente moltissimo dellʼiconografia tradizionale, soprattutto nella ricerca dei suoi tratti giovanili che nel film sono impersonati da Margherita Caruso (fig. 9): lo sguardo fermo e deciso rivolto allʼincredulo Giuseppe venuto a conoscenza della gravidanza miracolosa della promessa sposa, si avvicina moltissimo allʼAnnunciata di Antonello da Messina conservato alla Galleria Nazionale di Palermo (fig. 10), «un “tipo” certo mediterraneo, ma che il regista “inventa” sulla suggestione di altri Quattrocentisti»[46].

Anche la scelta della colonna sonora, compiuta insieme ad Elsa Morante prima di effettuare le riprese, riflette la volontà di proporre uno linguaggio capace di valorizzare la tradizione classica e la modernità[47]: accanto alla Passione secondo Matteo di Bach (questʼultima già proposta per il finale di Accattone) e alla Musica funebre massonica in Do minore K477 di Mozart che scandisce lʼitinerario di Cristo verso il Golgota, Pasolini si avvale anche di alcuni canti rivoluzionari bolscevichi, dello spiritual Sometimes I Feel Like a Motherless Child, della Cantata Alexander Nevskij di Prokofev e del Gloria della Missa Luba[48] per la scena finale della Resurrezione. Questʼultimo brano irrompe al momento dellʼapertura del sepolcro davanti agli occhi sbalorditi di Maria,

«ricordo della tradizione apocrifa dellʼ“Apparizione di Gesù risorto alla Madre” presente [...] in tanta arte devozionale e collegata al culto popolare dei morti così sentito nel mondo mediterraneo: un colpo di genio è infatti lʼinvenzione della Madre che “porta i fori al defunto” e poi esiste alla risurrezione fulminea, un unicum di pietà e di fede»[49].

 

La diversità delle musiche scelte sottolinea il desiderio di rendere universale il suo “Cristo-Parola”, affrancandolo dalle solite raffigurazioni cinematografiche statunitensi: per il regista friulano la ricostruzione artefatta delle scenografie, lʼimpiego di attori professionisti, nonché il ruolo di Gesù affidato ad interpreti con corporature da star, sono indici di una consuetudine che non corrisponde affatto al messaggio dei Vangeli in termini di credibilità. Ciò emerge con chiarezza nella lettera inviata alla Pro Civitate Christiana nel 1963, in piena fase di scrittura della sceneggiatura:

«io non credo che Cristo sia un Figlio di Dio, perché non sono credente ‒ almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino: credo cioè che il lui lʼumanità sia così alta, rigorosa, ideale, da andare al di là dei comuni termini dellʼumanità. [...] Vorrei che le mie esigenze espressive, la mia ispirazione poetica non contraddicessero mai la vostra sensibilità di credenti. Perché altrimenti non raggiungerei mai il mio scopo di riproporre a tutti una vita che è un modello ‒ seppur irraggiungibile ‒ per tutti»[50].

 

Il Cristo ritratto da Pasolini è imprescindibilmente radicato nel “popolo”, anche se questo concetto non va affatto interpretato come categoria biblico-teologica: infatti lʼintento della tradizione matteana è quello di inserire sin dagli inizi la “storia” di Gesù allʼinterno della grande storia di Israele[51], attraverso una memoria che si riallaccia ai profeti dellʼAntico Testamento:

«Gesù porta a compimento Legge e Profeti: la Legge, che Gesù interpreta leggendovi la volontà ultima, escatologica di Dio; i profeti, che preannunciano quanto Gesù avrebbe compiuto e ciò che sarebbe stato (citazioni-compimento in particolare). Allʼinizio della passione il Gesù matteano ricorda le Scritture e il loro compimento nel loro insieme [...]. La memoria di Gesù è letta, dunque, nella prospettiva anticotestamentaria della Legge reinterpretata e portata a compimento e dei profeti, le cui profezie si compiono nella missione di Gesù fino alla morte»[52].

 

Dal canto suo Pasolini, lontano da ogni interpretazione biblica del concetto di “popolo”, dimostra invece di voler recuperare lʼautenticità della tradizione contadina dellʼItalia meridionale attraverso gli abbondanti riferimenti alla civiltà “popolare” presenti in molte scene del film. Il regista, nel mettere in scena Il Vangelo secondo Matteo, sembra voler dimostrare lʼautenticità di unʼItalia contadina basata sulla solidarietà dei rapporti interpersonali, piuttosto che su quelli economici legati al libero scambio, in contrasto con le risposte politiche e tecnologiche provenienti da partiti schierati su fronti diversi[53]:

«il fatto che questa umanità “ingenua e arcaica” fosse in ultima analisi una rappresentazione utopica, ha qui un significato marginale, giacché la sfiducia nei confronti della modernizzazione ha consentito a Pasolini, con una lucidità che è stata definita “profetica”, di individuare e criticare le contraddizioni primarie di un modello di sviluppo.  La radicalità delle sue posizioni politiche e artistiche è una radicalità politica, ma deriva da quella tradizione cristiana che voleva cacciare i mercanti dal tempio»[54].

 

Il Vangelo matteano fornisce inoltre a Pasolini un racconto essenziale che gli consente di mettere in risalto lʼumanità di Cristo, uomo tra gli uomini, attraverso uno scenario spazio-temporale che, ad eccezione dei primi capitoli (cc. 1-4) e di quelli conclusivi (cc. 21-28), risulta piuttosto vago: lʼattività pubblica in Galilea segna per Matteo lʼoccasione di presentare Gesù come il Maestro, che attraverso i cinque discorsi pensati per la comunità, insegna ai discepoli come diventare il “nuovo popolo” del Regno di Dio[55]. Lʼunica narrazione dettagliata è quella che riguarda i dieci miracoli (cc. 8-9), ovvero quella che risente nel film dei maggiori tagli da parte di Pasolini. Il regista probabilmente non riesce a cogliere fino in fondo il dinamismo insito nei prodigi raccontati da Matteo[56], anche se lʼincontro con Cristo non lo lascia indifferente: di fronte alle difficoltà incontrate per una sua adesione di fede, ritorna preponderante il pensiero sulla morte già precedentemente esaminato, al punto tale da affermare nei riguardi del suo Vangelo:

«avrei potuto demistificare la reale situazione storica, i rapporti fra Pilato e Erode, avrei potuto demistificare la figura di Cristo mitizzata dal Romanticismo, dal Cattolicesimo e dalla Controriforma, demistificare tutto, ma poi, come avrei potuto demistificare il problema della morte? Il problema che non posso demistificare è quel tanto di profondamente irrazionale, e quindi in qualche modo religioso, che è nel mistero del mondo. Quello non è demistificabile»[57].

 

La modalità di lavoro scelta da Pasolini ne Il vangelo secondo Matteo, attraverso il forte  contrasto tra le immagini di un ambiente umile contadino e le sonorità colte, peraltro già sperimentato nei film precedenti, richiama inoltre indirettamente quel principio di incarnazione[58] che grazie al suo cinema viene involontariamente espresso:

«il Trascendente è tra noi; partecipa delle nostre esistenze miserevoli; alla lettera prende corpo nella sofferenza del mondo. Dio non si manifesta allora per mezzo della frontalità o della ieraticità [...] ma nello sguardo degli emarginati che soffrono ai margini della società» [59].

 

Il cinema cristologico di Pasolini rappresenta il primo importante tentativo di tradurre il sacro in immagini cinematografiche, attuando pienamente la logica dellʼIncarnazione: il testo biblico, che è e rimane un testo sacro, si incarna nei volti degli abitanti dei luoghi che fanno da cornice agli eventi narrati, nelle loro abitazioni spesso diroccate, nei paesaggi brulli e spogli di una terra spesso inclemente. In altre parole Pasolini, attraverso il suo lavoro, riesce ad avvicinare lʼUmano e il Trascendente fino a farli identificare lʼuno con lʼaltro.

 

 



[1] Cfr. T. Subini, La necessità di morire, 69-71. LʼOCIC viene istituita presso LʼAia avendo come scopo quello «di agire al tempo stesso sui cattolici a nome del mondo cinematografico e sul mondo cinematografico a nome dei cattolici; come campo dʼazione, non già “il cinema cattolico” ma il cinema tout court e tutto insieme; come metodo, la collaborazione da una parte con i gruppi nazionali dei cattolici di base e dallʼaltra il mondo del cinema». G. Convents, I cattolici e il cinema,cit. in D.E. Viganò, Il Vaticano II e la comunicazione. Una rinnovata storia tra Vangelo e società, Edizioni Paoline, Milano 2013, 85n.

[2] V. Bicego-G. Bruni (a cura di), Un cinema per lʼuomo, Guaraldi, Milano 1978, 36.

[3] F. Valobra, Vangelo rosso, cit. in T. Subini, La necessità di morire, 72.

[4] P.P. Pasolini, I dialoghi, 329.

[5] Cfr. T. Subini, La necessità di morire, 48-49.

[6] Cfr. Ponzi M., Pasolini e Fassbinder, 103.

[7] P.P. Pasolini, I dialoghi, 269.

[8] Ivi, 282-284.

[9] Cfr. T. Subini, La necessità di morire, 51. «Leggere Matteo, ovvero “il primo dei quattro Vangeli”, e decidere di trarne un film fu tuttʼuno. Successivamente, Pasolini vorrà fare intendere  di aver operato una scelta tra i quattro evangelisti sulla base di ponderate ragioni, ma saranno giustificazioni posteriori, tanto approssimative quanto contraddittorie». Ivi, 52.

[10] Cfr. T. Subini, La necessità di morire, 64.

[11] Cfr. Ponzi M., Pasolini e Fassbinder, 104-105.

[12] P.P. Pasolini, Per il cinema, Vol. I, 665-666.

[13] S. Murri, Pier Paolo Pasolini, 48.

[14] P.P. Pasolini, Per il cinema, Vol. II, 3340.

[15] «Non ho aggiunto una battuta e non ne ho tolta nessuna, seguo lʼordine del racconto tale e quale come in S. Matteo». P.P. Pasolini, Per il cinema, Vol. II, 2876-77.

[16] P.P. Pasolini, Per il cinema, Vol. II, 3081-3082.

[17] Cfr. T. Subini, La necessità di morire, 114.

[18] M. Dal Bello, Pasolini, Zeffirelli e Gibson: una storia dell’arte raccontata dal cinema, 42-43. «La figura di Maria si adattò persino ad accogliere gli aspetti più arcaici del cordoglio antico, come il cadere inanimata e il percuotersi il petto e il graffiarsi le guance ed il lamentarsi, secondo che narrano gli Acta Pilati». E. de Martino, Morte e pianto rituale, cit. in T. Subini, La necessità di morire, 117.

[19] Cfr. T. Subini, La necessità di morire, 111.

[20] Ivi, 112-113.

[21] L. Martellini, Il Novecento, il deserto, la memoria, la speranza, Studium , Roma 2001, 142.

[22] A. Ruszowski, Malintesi sul premio cattolico, in Rivista del Cinematografo 9-10 (1964) 439-440.

[23] Cfr. T. Subini, La necessità di morire, 105. La versione a cui si fa riferimento è quella distribuita nelle sale cinematografiche a partire dal 2 ottobre 1962 che è stata revisionata dallo stesso Pasolini in seguito alle critiche mossegli alla XXV Mostra del cinema di Venezia.

[24] «Nel cinema si possono vedere immagini che si pretendono oggettive, o soggettive. Si tratta di superare il soggettivo e l'oggettivo verso una Forma pura che si erge come visione autonoma del contenuto». G. Deleuze, L'immagine movimento, Ubulibri, Milano 1984, 93.

[25] Ivi, 94.

[26] A. Bertini, Teoria e tecnica del film in Pasolini, Bulzoni, Milano 1989, 36.

[27] Ivi, 105-106.

[28] Ivi, 106.

[29] P.P. Pasolini, Le belle bandiere. Dialoghi 1960-1965, a cura di G. Ferretti, Editori Riuniti, Roma 1977, 239.

[30] Cfr. Ponzi M., Pasolini e Fassbinder. La forza del passato, Edizioni Nuova Cultura, Roma 2013, 106-107.

[31] Cfr. M. Dal Bello, Pasolini, Zeffirelli e Gibson: una storia dell’arte raccontata dal cinema, 39-43.

[32] G. Deleuze, L'immagine movimento, 119.

[33] Cfr. Ponzi M., Pasolini e Fassbinder, 105.

[34] Afferma lo stesso Pasolini: «La ricerca dell'attore è la cosa che più mi prende perché in quel momento io verifico se le mie ipotesi sono state arbitrarie: cioè se ad una fisionomia che ho immaginato, corrisponde effettivamente il carattere che immagino debba avere. Quando ho bisogno di giovani attori, che siano scanzonati, furbi, smaliziati, ma ancora un poʼ incerti e un poʼ buffi, non cerco i giovani attori appena usciti dall'Accademia che rifacciano magari a stento il verso a quelli che invece vivono in una borgata di periferia e sono realmente così. Più semplicemente vado appunto in una borgata romana e cerco dei ragazzi che interpreteranno, in un certo senso, se stessi. Quando invece ho bisogno di qualcuno che reciti una parte più complessa allora faccio ricorso all'attore professionista, ma riduco questa scelta sempre al minimo indispensabile». E. Magrelli (a cura di), Con Pier Paolo Pasolini, 93.

[35] «Col tempo Pasolini si convince che solo un poeta possa interpretare il suo Cristo. Andrebbe bene un poeta comunista, sarebbe perfetto se dissidente di un paese dellʼEst, ma lʼinvito rivolto a Evgenij Evtušenko incontra lʼopposizione delle autorità sovietiche». Ponzi M., Pasolini e Fassbinder, 105.

[36] Cfr. T. Subini, La necessità di morire, 65

[37] Cfr. Ponzi M., Pasolini e Fassbinder, 66.

[38] M. Dal Bello, Pasolini, Zeffirelli e Gibson: una storia dell’arte raccontata dal cinema, 42.

[39] Ibidem.

[40] Cfr. M. Aub, Buñuel: il romanzo, Sellerio, Palermo 1992, 187.

[41] M. Dal Bello, Pasolini, Zeffirelli e Gibson: una storia dell’arte raccontata dal cinema, 42.

[42] Ivi, 43.

[43] Cfr. ivi, 39-40.

[44] «Il regista, nel suo amore per Piero, si spinge molto in avanti: nella scena con Caifa che afferma la necessità che Cristo perisca, il sacerdote scandisce la breve frase con una riga della bocca “ripresa” da uno dei personaggi del ciclo aretino». Ivi, 40.

[45] Ibidem.

[46] Ivi, 41.

[47] Cfr. Ponzi M., Pasolini e Fassbinder. La forza del passato, Edizioni Nuova Cultura, Roma 2013, 107.

[48] Si tratta della prima messa rituale africana cantata in latino, composta nel 1958 e strutturata secondo lo schema pentadico tradizionale (Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei). Cfr. F. Francione (a cura di), Pasolini sconosciuto, Edizioni Falsopiano, Alessandria 2012, 231.

[49] M. Dal Bello, Pasolini, Zeffirelli e Gibson: una storia dell’arte raccontata dal cinema, 42.

[50] P.P. Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo, cit. in M. Ponzi, Pasolini e Fassbinder, 107.

[51] Cfr. Mt 1,1-16.

[52] G. Segalla, Teologia biblica del Nuovo Testamento (Corso di studi biblici, 8/2), Elledici, Torino 2006, 315.

[53] Cfr. Ponzi M., Pasolini e Fassbinder, 107.

[54] Ibidem.

[55] Cfr. G. Segalla, Teologia biblica del Nuovo Testamento, 314-315.

[56] «Pasolini rivelò anche che si vergognava di momenti che giudicava terribili e repellenti, come i miracoli, che riteneva quasi il  Barocco della Controriforma. Il miracolo dei pani e dei pesci ‒ scriveva ‒ e di Cristo che cammina sulle acque sono pietismo disgustoso. Il salto da questo genere di scene da quadro sacro all'appassionata violenza della sua politica e dei suoi discorsi è così grande che la figura di Cristo nel film produce necessariamente negli spettatori un forte senso di disagio». L. Martellini, Ritratto di Pasolini, Editori Laterza, Bari 2006, 125.

[57] P.P. Pasolini, Per il cinema, Vol. II, 2885-2886.

[58] «Con lʼIncarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo. Ha lavorato con mani dʼuomo, ha pensato con mente dʼuomo, ha agito con volontà dʼuomo, ha amato con cuore dʼuomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi, fuorché nel peccato». Gaudium et Spes, 22.

[59] G. Pedullà, Introduzione in P. Schrader, Il trascendente nel cinema, Donzelli, Roma 2002, XXVIII.