Andare «oltre»: la dimensione religiosa

 


“La religione ci sarà sempre perché la ragione non riuscirà mai a dare risposte soddisfacenti alla sete di assoluto presente nell’uomo. Come diceva il filosofo e matematico Pascal: l’essenza ultima delle cose è accessibile solo al sentimento religioso”. Forse non tutti saranno d’accordo con questa affermazione dello scrittore russo Solženicyn, ma la dimensione religiosa si caratterizza proprio per questa convinzione profonda che la vita dell’uomo trova un senso pieno solo se supera se stessa, richiamandosi a una realtà che non si esaurisce nell’esperienza umana. Queste sono le caratteristiche della dimensione religiosa.

1. Non solo benessere materiale

Tutte le religioni richiamano l’uomo sull’importanza di cercare un benessere spirituale che le cose materiali non possono dare. Prostrarsi agli idoli del denaro, del potere, dell’apparenza rende l’uomo solo schiavo; forse appagato, ma non felice.

La dimensione religiosa rammenta all’uomo, di ieri come di oggi, che per trovare una risposta piena alla sua ricerca di felicità deve cercare oltre se stesso. “La persistenza della religione ci ricorda che l’uomo non è solo benessere materiale; che il malessere interiore non si vince con il pane. La ricerca della verità si dimostra più forte della pancia piena” (G. Kepel, la rivincita di Dio, Rizzoli, Milano 1991).

2. Andare oltre (trascendenza)

“Io credo che oggi (come ieri) gli uomini abbiano bisogno di dare un senso all’esistenza, e che per questo i giovani sentono acutamente la debolezza e l’insufficienza di tante cose. (…) Se si finisce con considerare impegnativo e degno di fede soltanto ciò che si manifesta nell’ambito della scienza, l’inevitabile risultato è la disperazione. (…) essa non ci può dire altro che la terra è un granello sospeso in un universo infinito. La religione può dirci di più: può rendere l’uomo consapevole che è un essere infinito, che deve soffrire e morire, che al di là del dolore e della morte ci sta la nostalgia di questa esistenza terrena che non è tutto” (Max Horkheimer, filosofo tedesco).

3. Cuore e ragione

Lo scrittore inglese Graham Greene afferma che “si diventa credenti come si diventa innamorati”. La fede coglie dei segni che non si toccano, ma è certa di essi”. Come non andate a chiedere ad un innamorato la dimostrazione razionale del suo amore, così non potete chiedere a un credente le prove scientifiche della sua fede; tanto più che è considerata un dono. Come aveva già intuito il filosofo e matematico Pascal: “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce” (Pensieri, 146). La religione sostiene che non si “conosce” solo attraverso il metodo logico-matematico (quello più conosciuto e più applicato a scuola, considerato “razionale”), ma anche attraverso il metodo intuitivo-simbolico, che ha a che fare con la conoscenza del cuore. La conoscenza intuitiva-simbolica è un modo diverso da quello “razionale” di conoscere. Non c’entra ancora niente con la fede, ma è una strada aperta che dà valore all’intuizione e al cuore.

Credere non è affatto contro la ragione o addirittura “irrazionale”, come a volte si sostiene. La fede non elimina l’intelligenza, ma al contrario la stimola e la promuove. Insomma, fede e ragione per un vero credente sono complementari.


tratto da S. Bocchini, 175 schede tematiche per l’insegnamento della religione nella scuola superiore, EDB, Bologna 2010, pag. 47